Curiosità

ROBIN WILLIAMS E I SENZATETTO

Dopo essere diventato famoso, pare che Robin Williams facesse apporre una clausola speciale nei suoi contratti. Per ogni film in cui doveva comparire, richiedeva alla produzione di assumere un certo numero di senzatetto della zona. Nel corso degli anni, quel silenzioso atto di gentilezza ha permesso di dare non solo lavoro ma soprattutto speranza, dignità e un nuovo inizio a circa 1.520 persone.

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NEI TRIBUNALI DELL’ ANTICA ATENE

Nei tribunali di Atene non esisteva la figura del Pubblico Ministero. L’accusa poteva essere condotta da un qualsiasi cittadino che lo faceva a suo rischio e pericolo: se il colpevole veniva condannato, l’accusatore incamerava la decima parte del suo patrimonio, se invece veniva assolto il cittadino accusatore doveva pagare una multa di mille dracme. Non esistevano neppure gli avvocati difensori. Gli imputati, colti o analfabeti che fossero, dovevano difendersi da soli e, quando non se la sentivano, avevano la possibilità, prima del processo, di convocare un logografo, ovvero un legale di fiducia capace di scrivere un testo di difesa da imparare a memoria. Eccezionali logografi furono Antifonte, Prodico, Demostene e Lisia. 🖋️ Luciano De Crescenzo 📖 Socrate 📍 Atene, panorama sul Partenone nella luce del tramonto 📷 Constantinos Kollias

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MONTE TESTACCIO O MONTE DEI COCCI

Ancora oggi a Roma è presente un monte composto interamente di resti di anfore (detti appunto cocci) che nell’arco dei secoli, dopo essere stati qui gettati, si sono accumulati fino a formare un monte appunto. Il numero delle anfore accatastate a formare questo “monte” si stima attorno ai 25 milioni. Il monte Testaccio, popolarmente detto anche monte dei cocci, è infatti una collina artificiale a Roma, di circa 36 m di altezza. Il suo nome deriva dal latino mons testaceus cioè “monte [fatto] di cocci” (da: testae, ossia “tegole”, “anfore” o “cocci” appunto) Da qui prende il nome il quartiere di Testaccio. Si tratta di una vera e propria discarica specializzata di epoca romana, ove si accumulavano anfore rotte e usurate che venivano utilizzate per il trasporto di grano, olio, vino e alimenti liquidi che giungevano dal porto di Ostia a Roma attraversando il fiume Tevere. Nell’ antichità le anfore erano il recipiente di trasporto e immagazzinamento per eccellenza. Il loro basso costo permetteva una fabbricazione massiccia e, una volta svuotate, le anfore venivano abbandonate in una discarica del tempo, il moderno Monte Testaccio appunto, dove i cocci venivano ricoperti di calce per evitare i cattivi odori. Grazie a questa caratteristica, sui cocci si è conservata una grande quantità di informazioni epigrafiche: sulle anfore i romani scrivevano una serie di dati, in un certo senso equivalenti alle etichette dei recipienti moderni. Le iscrizioni dipinte sul collo, sulla spalla, e sul ventre dell’anfora indicano il peso a vuoto, il nome del mercante, il peso netto. Così etichettate, le anfore venivano sottoposte ai controlli dei funzionari doganali. Nei secoli successivi il monte divenne luogo per feste e scampagnate. Nel medioevo per vari secoli fu il luogo preferito dai romani per i loro violenti riti carnevaleschi, per le feste legate alla vendemmia e per le cerimonie religiose. Per la somiglianza con il Calvario, sulle sue pendici fu installata una via crucis, ricordata ancora oggi dalla croce situata sulla sommità del monte.

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LOUIS ARMSTRONG

Louis Armstrong, chiamato anche Satchmo (dall’inglese satchel mouth: bocca a sacco, per le grandi dimensioni della sua bocca), è stato uno tra i più famosi musicisti jazz del XX secolo, raggiungendo la fama inizialmente come trombettista, per poi affermarsi come uno dei più importanti cantanti jazz anche presso il grande pubblico, soprattutto verso la fine della carriera. Oltre ai grandi meriti musicali, pare che il famoso jazzista fosse anche una gran bella persona, tanto che Duke Ellington disse di lui: «È nato povero, è morto ricco e non ha mai fatto del male a nessuno lungo la strada».

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LE ORIGINI DEL BLUETOOTH

Aroldo I “Dente Blu” Gormsson fu il primo re a unificare il frammentato regno di Danimarca (che allora comprendeva solo la penisola dello Jutland) dal punto di vista sia politico che religioso. Il suo soprannome, Blåtand, che letteralmente significa dente blu, nasce dall’unione delle due parole danesi blå, cioè blu, e tand, dente. Diverse le motivazioni che stanno all’origine di questo soprannome: secondo alcuni storici pare che il re fosse ghiotto di mirtilli o che in battaglia fosse solito colorarsi i denti di blu, così come i suoi soldati. Un’altra ipotesi è quella secondo cui Harald aveva un dente più grande e più scuro degli altri, così visibile da creare il suo soprannome (in tedesco Blauzahn). Dal nome Harald Blåtand (Harold Bluetooth in inglese) deriva il nome della tecnologia Bluetooth utilizzata per mettere in comunicazione telefoni cellulari, computer e tablet. L’azienda svedese Ericsson ha voluto riferirsi alla particolare abilità diplomatica del re che unì gli scandinavi introducendo nella regione il cristianesimo. Gli inventori della tecnologia hanno ritenuto che fosse un nome adatto a simboleggiare l’innovativa capacità di mettere in comunicazione dispositivi diversi (così come il re unì i popoli della penisola scandinava con la religione cristiana). Il logo della tecnologia unisce infatti le rune nordiche Hagall e Berkanan, analoghe alle moderne H e B.

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L’ INCONTRO FRA GLI OCEANI

La natura ci regala degli spettacoli davvero incredibili, uno di questi è il momento in cui si incontrano l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano. La curiosità è data dal fatto che i due oceani si incontrano ma non si mischiano. Dietro tale meraviglioso effetto ottico vi è una spiegazione scientifica. I due oceani hanno densità, temperature ( da una parte quella fredda, chiamata Benguela, proveniente dall’Atlantico, dall’altra quella calda, proveniente invece dall’Indiano) e salinità così diverse da rendere impossibile il mescolamento. Ogni mare infatti mantiene così le sue caratteristiche. Sebbene dunque tra i due oceani si verifichi un vero e proprio contatto ed entrambi cerchino di assimilare l’uno le caratteristiche dell’altro, ciò avviene in profondità e con una lentezza tale, che non si mescoleranno mai. Se avvenisse il contrario, sarebbe un rischio per la flora e la fauna di entrambi gli oceani, dato che nessuna specie resisterebbe a delle caratteristiche così diverse da quelle nelle quali sono solitamente abituate a vivere. 📷 Raita Futo 📍 Promontorio di Cape Point, Sud Africa P.S. Per i Māori, in Nuova Zelanda, la differenza tra i due mari (in tal caso tra l’Oceano Pacifico e il Mar di Tasmania, che fa parte dell’Oceano Pacifico sud-occidentale) rappresenta l’unione tra il sesso femminile e quello maschile.

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I HATE ELVIS

Elvis Presley è ancora oggi considerato uno dei più grandi cantanti della storia di tutti i tempi, una vera e propria icona culturale che ha rivoluzionato il settore musicale. Conosciuto come ‘il Re’, la sua musica, la sua maniera di vestire e danzare influenzarono intere generazioni, soprattutto negli Stati Uniti. Un fatto molto curioso accadde ad Elvis, quando stava ormai diventando un’icona assoluta nel mondo della musica. Il suo manager, il Colonnello Tom Parker, nel 1956 aveva fatto produrre quasi un centinaio di oggetti con sopra raffigurato il nome e il volto di Elvis, tra cui delle spille con scritto “I Love Elvis” che, come potrete facilmente immaginare, si vendevano a decine di migliaia. Alla fine di quell’anno il merchandising di Elvis aveva generato qualcosa come 22 milioni di dollari, ma per il Colonnello Parker non era abbastanza. Il suo obiettivo era quello di trarre il massimo profitto possibile da ogni cosa, ed era convinto che avrebbe potuto guadagnare soldi anche da chi odiava Elvis, così fece produrre delle spille con scritto “I Hate Elvis”. Le spille furono un vero successone e vennero acquistate in massa da chi odiava Elvis. Quella del Colonnello fu probabilmente una delle più geniali trovate di marketing di quei tempi. 📷 In foto il Colonnello Tom Parker insieme ad Elvis

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GEORGE CLOONEY E I SUOI 14 AMICI

«Come mai ho regalato un milione di dollari a testa a 14 miei amici? Perché questi ragazzi per oltre 35 anni mi hanno aiutato in un modo o nell’altro. Ho dormito sui loro divani quando ero al verde. Mi hanno prestato dei soldi. Mi hanno confortato quando ne ho avuto bisogno nel corso degli anni. Senza di loro non avrei avuto tutto questo. E io ho cercato di fare lo stesso con loro. Ho pensato: se vengo investito da un autobus, ognuno di loro sarà nel mio testamento. Quindi perché aspettare di essere investiti da un autobus?» Fonte: Intervista a George Clooney pubblicata sul mensile internazionale GQ (Gentlemen’s Quarterly)

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PERCHÉ SI DICE PIANTARE IN (N)ASSO?

Questo famoso modo di dire trova la sua origine nel mito di Teseo e Arianna. Morto Asterione, re di Creta, gli successe Minosse, suo figlio adottivo. Per dimostrare ai due fratelli il suo diritto alla successione, pregò Poseidone, dio del mare, di inviargli un toro da sacrificare. Minosse, però, anziché offrirlo in sacrifico al dio, lo mise tra le sue mandrie. Per vendicarsi, Poseidone fece innamorare del toro Parsifae, la moglie di Minosse. Dalla loro unione nacque il Minotauro, dal corpo umano e dalla testa taurina. Per nasconderlo Minosse incaricò l’architetto Dedalo di costruire un labirinto dal quale era impossibile uscire. Per saziare il Minotauro, Minosse costrinse la città di Atene, allora sottomessa a Creta, di inviare ogni 9 anni, 7 fanciulli e 7 fanciulle per sfamarlo. Un anno Teseo, figlio di Egeo re di Atene, si unì al gruppo; entrò nel labirinto, affrontò il mostro e lo uccise. Teseo ci riuscì grazie all’aiuto di Arianna, la figlia del re Minosse, che si era innamorata di lui: infatti in cambio della promessa di portarla via con sé egli ricevette un gomitolo di filo da dipanare una volta entrato nel labirinto, al fine di aiutarlo a ritrovare la via del ritorno. Teseo, però, dopo aver scampato il pericolo si pentì della promessa fatta ad Arianna e meditò di liberarsi di lei. E così, dopo aver fatto scalo a Nasso per rifornirsi di acqua e di cibo, egli, approfittando che la giovane si era addormentata, si imbarcò sulla nave e ripartì lasciandola sola sull’isola. Al suo risveglio la povera Arianna si accorse di essere stata abbandonata, cioè piantata in Nasso. A poco a poco nella lingua parlata la locuzione si modificò e diventò “in asso”. Quanto a Teseo, la sua slealtà fu punita: egli, infatti, felice di ritornare vittorioso dalla sua missione, si dimenticò di cambiare le vele nere con quelle bianche, come aveva assicurato al padre Egeo. E il povero vecchio, vedendo la vela nera issata sulla nave del figlio, preso da un atroce sconforto, finì travolto dal dolore e si gettò nel mare che prese il suo nome (mare Egeo per l’appunto). Nel frattempo Arianna, svegliatasi, fu presa da grande sconforto. Piangendo disperatamente, era sul punto di togliersi la vita, quando improvvisamente uscì dal mare un giovane. Era Dioniso che consolò e corteggiò la dolce fanciulla, facendo poi di lei la sua sposa.

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LE FINESTRE FINTE O MURATE

Quando si sente parlare di imposte, il primo pensiero che viene in mente va ai tributi da versare nelle casse del Fisco, cioè dello Stato. Ma se parliamo di imposte in riferimento alle finestre, ci viene da pensare alle ante esterne di legno, o di altro materiale, e agli infissi posti in corrispondenza della superficie vetrata delle finestre che servono ad impedire il passaggio della luce in casa. Qual è allora la correlazione esistente tra finestre, imposte e tributi? Essa va ricercata in un preciso periodo storico quando molti governi europei decisero di introdurre una tassa sulle finestre. A partire dal 1700 infatti, venne “imposta” (come participio passato del verbo imporre) una tassa ai proprietari degli immobili, che dovevano versare al fisco una somma commisurata al numero e alle dimensioni delle finestre presenti sui loro edifici. I proprietari degli immobili dovevano cioè pagare una determinata quantità di tasse sulla base del numero di finestre che aveva l’immobile di loro proprietà (nella Repubblica Ligure fino a 5 finestre, ad esempio, non si pagava alcuna imposta dalla sesta in poi, invece, una lira a finestra). Per limitare il carico dell’imposta i proprietari ricorsero alla realizzazione di un numero minore di finestre, alla muratura di parte di quelle esistenti, fino ad arrivare alla realizzazione di false finestre disegnate sulle pareti dei palazzi con la tecnica del Trompe-l’Oeil. Tale particolare tecnica è un genere di pittura accentuatamente naturalistica, in cui la rappresentazione tende a una concretezza tale da generare l’illusione del reale. Ancora oggi sulle facciate dei palazzi d’epoca, possiamo ammirare questi meravigliosi dipinti. In sostanza pur di risparmiare o rientrare nell’aliquota più bassa, i proprietari, in modo particolare i nobili maggiormente colpiti dalla legislazione del tempo, iniziarono a murare le finestre esistenti nelle loro proprietà immobiliari. Per mantenere la simmetria dei palazzi ed il gusto estetico, molti fecero decorare gli esterni da pittori, riproducendo tridimensionalmente finestre, davanzali e vasi di fiori. Girando per le città italiane o straniere, capita spesso infatti di notare finestre finte sulle facciate di palazzi antichi o di vecchi edifici e dimore storiche. In alcuni casi le aperture originarie risultano murate, molte altre volte dipinte senza più le reali aperture per le finestre. Una dovuta eccezione era costituita dal famoso Marchese del Grillo (celebre per l’interpretazione del grande Alberto Sordi) vero marchese che abitava nella Roma papalina il quale era talmente ricco che se ne infischiava delle imposte che doveva versare. Il marchese infatti decise di non aderire mai a questo diffuso comportamento tenuto anche da qualche suo nobile collega, lasciando integre tutte le imposte, le facciate e le finestre del suo celebre palazzo come si può notare ancora oggi se si passeggia per le vie del centro di Roma, nello specifico nel quartiere Monti, in Piazza del Grillo 5.

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IL SALARIO

Le parole stipendio e salario vengono tutt’oggi comunemente utilizzate come sinonimi per designare la retribuzione ricevuta da un lavoratore dipendente per le proprie prestazioni professionali. Ma quali sono i motivi che hanno portato nel corso dei secoli alla diffusione di tale uso? Una volta lo stipendio, o parte di esso, veniva pagato in sale. Il sale infatti costitutiva una fondamentale risorsa per l’antichità (ancora oggi). Il termine salario infatti deriva dal latino, in quanto nell’antica Roma ai soldati veniva spesso corrisposta, come integrazione della loro paga, una razione di sale. È noto infatti che il sale, nel corso della storia, sia sempre stato considerato un bene di prima necessità, indispensabile per la conservazione degli alimenti e per insaporire le pietanze. La sua importanza fu talmente grande da conferire a questo minerale la dignità di moneta, tanto da venir chiamato anche “oro bianco”. Il sale è stato ampiamente utilizzato come forma di moneta (valuta) e mezzo di scambio (baratto) in molte culture nel corso della storia. In Africa il sale veniva utilizzato come valuta per commerciare con i mercanti europei. Nell’antica Cina, il sale era considerato una merce preziosa ed era controllato dal governo. Anche l’antica Via Salaria, che collegava Roma con Porto d’Ascoli (antica Castrum Truentinum, ora quartiere di San Benedetto del Tronto) sul mare Adriatico deve il suo nome proprio al sale. Tracciata dall’antico popolo italico dei Sabini, principalmente per il trasporto del sale, fu poi acquisita e migliorata dai Romani per approvvigionare la capitale del famoso minerale. In seguito alla conquista della Sabina da parte di Roma, avvenuta nel 290 a.C. per opera del console Manio Curio Dentato, la Via Salaria entrò a far parte delle strade consolari dello stato Romano. In tale occasione, la strada fu migliorata e parzialmente ricostruita lungo tutto il suo percorso, per adeguarla agli standard costruttivi dei romani. Il suo nome, a differenza delle altre vie consolari, che sono denominate per la località a cui conducevano o per l’artefice della loro costruzione, deriva dall’utilizzo che se ne faceva: il trasporto del sale dai luoghi di produzione sul mare verso l’interno. Ecco spiegato il motivo per cui il termine “salario” è rimasto, con tutta la sua potenza evocativa, nel linguaggio comune ad indicare lo stipendio dei lavoratori.

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PERCHÉ SI È DIFFUSA L’USANZA DI PIANTARE CIPRESSI NEI CIMITERI?

Il cipresso è un albero che può raggiungere altezze imponenti, anche superiori ai 50 metri! Il suo possente profilo si staglia in gran parte dei cimiteri, circondando coloro che si recano a visitare i propri cari. Questo albero, nel corso della storia, è diventato ornamento, simbolo e parte di questi luoghi. Tuttavia, non tutti conoscono i motivi per cui proprio il cipresso è stato scelto come arbusto ideale per circondare tali luoghi di culto, non solo nell’epoca contemporanea ma anche nelle civiltà antiche (esistono infatti tradizioni antiche che attestano e documentano l’ampio utilizzo dei cipressi nei cimiteri) Le ragioni che hanno portato l’uomo a piantarli nel corso dei millenni vengono ravvisate sia in motivi di elevazione spirituale (dal punto di vista del simbolismo religioso questa sua verticalità, che spinge il cipresso a svilupparsi verso l’alto, lo rende un simbolo della vita dopo la morte e dell’immortalità, come pure dell’anima che sale nel regno celeste. Grazie alla loro caratteristica forma, alcuni arrivarono persino a paragonarli ad una “fiamma sempre accesa”) che in motivi strettamente pratici (le radici del cipresso lo rendono perfetto per i cimiteri visto che, a differenza di altri tipi di alberi, non si espandono orizzontalmente ma, formando un intreccio sotto la pianta, si sviluppano in verticale, non arrecando pertanto danni se piantati vicino alle tombe, né alle strutture sottostanti) o anche estetici (i cipressi sono alberi sempreverdi, il che significa che mantengono le loro foglie anche durante l’inverno, tale peculiarità li rende particolarmente adatti ai luoghi funebri). Ecco dunque spiegate le ragioni che hanno portato il cipresso a diventare un emblema caratteristico dei luoghi di sepoltura e perché il loro utilizzo non si avvenuto per caso. ✍? Luca Restifo ? Sandro Bultrini

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IL PALO DEI BARBIERI

Perché molti barbieri fuori dal proprio negozio hanno un palo di colore rosso, bianco e blu? Quali significati si nascondono dietro questi colori? Il palo del barbiere è un’insegna antichissima, che distingue questa attività sin dal Medioevo. Si tratta di un’asta di forma cilindrica, solitamente fatta di legno, con un pomo di bronzo all’estremità, e una spirale di strisce bianche e rosse che ne percorre la lunghezza (nella versione anglosassone e americana, compare anche il colore blu). Ma come è nata questa tradizione? La storia del palo da barbiere viene fatta risalire al Medioevo, quando la professione del barbiere era ancora strettamente connessa con la medicina. Il palo da barbiere nasce infatti per segnalare alla popolazione, a quei tempi quasi interamente analfabeta, la presenza di alcuni servizi medici in bottega, oltre a quelli legati ai peli e ai capelli. Forse non tutti sanno infatti che i barbieri erano considerati a quei tempi anche chirurghi, e molti di loro erano autorizzati a eseguire piccoli interventi e operazioni, oltre alla medicazione di ferite, come estrazione di denti, incisione di ascessi, ricomposizione delle fratture, il taglio di vene, la rimozione di pulci, zecche e pidocchi, oltre alla pratica del salasso. Il servizio più importante era tuttavia proprio il salasso, pratica medica allora molto usata che consisteva nella sottrazione di una certa quantità di sangue dall’organismo con finalità terapeutica, intesa a ridurre la massa del sangue circolante. I chirurghi veri e propri ritenevano l’arte del salasso una pratica minore, ben al di sotto del loro status, e spedivano dal barbiere tutti i pazienti a loro parere curabili con un semplice prelievo di sangue. Il palo rimandava quindi ai bendaggi e alla staffa che veniva fatta impugnare e stringere al paziente durante il salasso, in modo che il braccio restasse orizzontale e le vene risultassero ben visibili a causa dello sforzo. Il pomo in bronzo all’estremità aveva la forma del vaso in cui il sangue si raccoglieva. Le bende insanguinate avvolte intorno alla staffa, venivano esposte fuori della bottega sia per asciugare i bendaggi bagnati, sia come segno di pubblicità così da attirare l’attenzione dei passanti. Se poi capitava che ci fosse un po’ di vento, le bende ruotavano intorno alla staffa con un effetto ottico determinato dal colore rosso (del sangue). Proprio in tale ottica va inteso il palo a strisce dei barbieri come simbolo molto meno cruento rispetto a quello sopra descritto per pubblicizzare i servizi offerti. Quando la pratica dei salassi fu abolita, i barbieri, per ricordare la tradizione, cominciarono a esporre il palo che qualcuno decise di colorare a strisce rosse (per rappresentare il sangue), bianche (per i bendaggi), blu (per le vene). Ed è così che nacque il moderno cilindro da barbieri. Oggi, il palo da barbiere viene riproposto con diverse variazioni di colore e design, a seconda della creatività e della personalità dei proprietari dei saloni ma, concettualmente, la finalità è quella di ricordare nostalgicamente le origini del mestiere. La versione del palo da barbiere che ruota è invece

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SANTORINI

Forse non tutti sanno che l’isola di Thera (in greco antico Θήρα), oggi meglio conosciuta con il nome di Santorini, deve il suo nome ai Veneziani. I Veneziani infatti, a cui fu ceduta l’isola intorno al 1200, la chiamarono così in onore di Sant’Irene, a cui era dedicata una cappella nella parte sud-orientale dell’isola. Da qui in poi, per corruzione, si arrivò a chiamarla Santorini.

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L’ ORIGINE DEI JEANS

Al giorno d’oggi i jeans sono presenti in quasi tutti i guardaroba. La grande maggioranza delle persone li associa al mito americano e ai minatori ai quali serviva un tessuto forte e resistente ma che permettesse al contempo di muoversi agevolmente nelle miniere. In realtà la vera origine dei jeans è legata all’Italia. Ebbene sì. Non tutti sanno infatti che i famosi jeans sono stati inventati a Genova, in Liguria. Il celebre tessuto blu, infatti, proprio per la sua resistenza, fu usato inizialmente per creare i sacchi delle vele delle navi e in seguito per realizzare i pantaloni dei marinai genovesi che viaggiavano di porto in porto in giro per il mondo. Il nome “jeans” deriva dalla storpiatura di Gênes, ovvero Genova in francese. Fonte: Antica Forneria di Recco

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IL RAMADAN

Nei giorni scorsi è iniziato il Ramadan, conosciuto per essere il mese del digiuno per i musulmani, oltreché per essere il nono mese del calendario islamico. Questa ricorrenza annuale è considerata uno dei cinque pilastri dell’Islam, i cinque obblighi fondamentali per tutti i credenti musulmani. Gli altri 4 sono: la preghiera, la testimonianza di fede, l’elemosina legale e il Pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella propria vita. Chi osserva il Ramadan si astiene dal bere acqua (neanche un bicchiere) e dal mangiare cibo dall’alba al tramonto per commemorare la rivelazione del Corano fatta al profeta Maometto. Non tutti però sono tenuti ad osservare il digiuno. Possono astenersi dall’obbligo di seguire il digiuno i bambini, le donne incinte, le donne anziane, i malati e le donne con le mestruazioni, che possono scegliere di rispettarlo successivamente, perché il digiuno non può assolutamente rappresentare un danno o concorrere a peggiorare la salute. In questo mese però non ci si limita soltanto a non mangiare e non bere dall’alba al tramonto: è anche un periodo di preghiera e di meditazione su se stessi e sulle proprie azioni. Questo periodo di digiuno viene vissuto dagli osservanti come un’opportunità per meditare e per migliorarsi spiritualmente, cercando di correggere le proprie azioni e di astenersi dal commetterne di cattive. La curiosità è legata al fatto che i musulmani non osservano il calendario solare ma quello lunare, composto solamente da 354 o 355 giorni (quindi 10 o 11 giorni in meno rispetto all’anno solare, in base all’osservazione della luna crescente) motivo per cui per chi segue l’anno solare questo mese si “sposta” all’indietro ogni anno di circa 10-11 giorni. Ecco spiegato perché il mese di Ramadan ogni anno cade in un momento differente dell’anno solare e quindi man mano retrocede, fino a cadere in una stagione diversa. Auguri di buon Ramadan a tutte le sorelle e i fratelli musulmani!

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WILLIAM SHAKESPEARE & ANNE HATHAWAY

Un legame inaspettato, curioso e romantico lega la famosa attrice Anne Hathaway e suo marito, Adam Shulman, a William Shakespeare. Non solo l’attrice statunitense porta lo stesso nome della moglie di Shakespeare, Anne Hathaway appunto, ma il marito, anche egli attore, ha dei lineamenti che lo fanno somigliare molto al celebre poeta e drammaturgo inglese, sebbene ad una prima occhiata potrebbe forse sfuggire. Si tratta ovviamente soltanto di una incredibile coincidenza ma ci piace pensare che le loro anime si siano inseguite nei secoli per incontrarsi di nuovo. Che il più famoso scrittore inglese di tutti i tempi abbia dunque incontrato di nuovo la sua amata Anne in una nuova vita?

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I “CANI” DEL SIGNORE

San Domenico è stato uno dei più grandi santi della Chiesa Cattolica, oltreché fondatore dell’Ordine dei Predicatori. I frati di Domenico, i Predicatori appunto, venivano chiamati anche Domenicani. In latino dominicanes, attraverso un gioco di parole, poteva essere scomposto in Domini canes e, si iniziò a chiamarli “cani del Signore”. La storia e il gioco di parole sono semplicemente una curiosa coincidenza. Oggigiorno, i domenicani vengono ancora chiamati così perché come i cani sono fedeli ai loro padroni, i frati di Domenico sono docili e pronti a difendere il gregge dei fedeli. In realtà, oltre al curioso gioco di parole appena descritto, il nome di Domenico ebbe molto a che vedere con il sogno che fece sua madre, Beata Giovanna d’Aza, prima della sua nascita. Essa infatti, prima di rimanere incinta di Domenico, sognò un cane che usciva dal suo ventre con una fiaccola accesa che teneva in bocca, che avrebbe incendiato tutta la terra. La Beata interpretò quel sogno come un messaggio divino, tanto che decise di intraprendere un pellegrinaggio per recarsi al monastero di San Domenico di Silos. Poco tempo dopo rimase incinta e capì che il messaggio di Dio si riferiva alla creatura che ora portava in grembo. Allora, per ringraziare il santo, decise di chiamare il figlio con il suo stesso nome. Quella creatura in effetti avrebbe acceso un fuoco nel mondo per mezzo della sua predicazione. Ancora oggi la mascotte dei domenicani è un cagnolino bianco e nero (che richiama i colori del loro abito) che corre con una torcia in bocca e infiamma il mondo. Ecco spiegato perché in molti dipinti il Santo viene rappresentato in compagnia di un cane che tiene una fiaccola accesa in bocca.

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COCCIA DI MORTO

Con questo nome particolare ci si riferisce ad una strada che costeggia l’aeroporto di Fiumicino e ad una spiaggia ubicata sempre nel medesimo comune, distante circa 35 chilometri dalla città di Roma. Se per i romani è probabile che si tratti di un nome conosciuto, potrebbe non esserlo invece per il resto degli italiani. Nel 2016 la spiaggia di Coccia di Morto a Fiumicino è stata insignita del triste primato di spiaggia più sporca d’Italia, dopo la diffusione del dossier di Legambiente chiamato “Beach Litter” in cui si spiegava che questo tratto di litorale era invaso da un numero di rifiuti nettamente superiore alla media. L’immondizia, si evidenzia nel rapporto di cui sopra, oltre che causata dallo scarso senso civico delle persone, è per lo più dovuta alla presenza dalla foce del fiume Tevere, distante pochi chilometri dalla spiaggia, e di correnti che provocano l’accumulo di rifiuti. In altre parole la sua posizione “non fortunata” la renderebbe deposito di rifiuti di ogni sorta. Dei 47 lidi osservati in Italia, la spiaggia peggiore era risultata essere proprio quella di Coccia di Morto. Sono stati trovati rifiuti per lo più di materiale plastico e una quantità enorme di cotton fioc. Solo in questa spiaggia infatti i volontari di Legambiente avevano contato 3.716 cotton fioc (cioè l’83% di quelli ritrovati in tutte le aree monitorate) e diversi altri rifiuti, come deodoranti per wc e blister. Legambiente aveva monitorato un’area pari a 7.600 metri quadrati comprensiva di cinque litorali laziali, trovando in totale 7.068 rifiuti, con una media di 1.413 ogni 100 metri (un dato doppio rispetto a quello nazionale che è di 714 rifiuti ogni 100 metri) Nonostante questo triste primato, la spiaggia di Coccia di Morto fa comunque parte della Riserva naturale statale Litorale Romano, un’area protetta di oltre 16mila ettari che la rende la più grande area protetta affacciata sul Mediterraneo. Ma a cosa si deve l’origine di questo nome così bizzarro? Chiamata così già da secoli, il nome macabro Coccia di Morto deriva dal ritrovamento di ossa e di teschi (in dialetto romanesco cocce di morti, appunto) proprio in questo tratto di litorale laziale. Nello specifico, durante una bonifica della zona avvenuta nel Settecento, furono ritrovati scheletri di corpi, ossa e teschi, trasportati dal fiume Tevere e depositati sulla spiaggia dalle correnti, esattamente come accade oggi con i rifiuti. Se queste correnti oggi causano l’accumulo di rifiuti, in passato capitava quindi che trasportassero anche cadaveri di persone suicide o morte ammazzate che venivano gettate nel fiume, trasportate dalla corrente e ritrovate su questa riva. Da qui quindi trarrebbe origine il nome Coccia di Morto. P.S. Se volete nascondere bene qualcosa, non buttatela nel Tevere quindi perché la ritroverete a Coccia di Morto!

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IL CARCERE DI ALCATRAZ

Il carcere di Alcatraz, ubicato nell’omonima isola, era una prigione di massima sicurezza, famosa per ospitare, fino al 1963, i criminali statunitensi più pericolosi (fra i quali spiccava Al Capone). Alcatraz era un istituto penitenziario federale americano celebre per avere un regolamento estremamente rigido nei confronti dei detenuti. Questi ultimi venivano ispezionati fino a 12 volte al giorno e potevano fare la doccia soltanto con l’acqua calda. Non si trattava affatto di un privilegio ma serviva per evitare che i prigionieri si abituassero all’acqua fredda, e che quindi, in caso di evasione, potessero maggiormente sopravvivere alle acque gelide e alle forti correnti della baia arrivando a nuoto fino alle rive della città di San Francisco, distante solo due chilometri dall’isola. Nonostante le severe regole e gli innumerevoli ostacoli alla fuga (le celle avevano sbarre più resistenti rispetto alle altre prigioni americane, i muri delle celle erano in cemento armato e la struttura era notevolmente sorvegliata sia all’interno che all’esterno) nell’arco dei 29 anni di attività della prigione ci furono più di 30 tentativi di evasione. Molti detenuti vennero catturati, altri catturati e poi condannati a morte, alcuni annegarono, altri ancora vennero uccisi mentre fuggivano. Soltanto 3 persone riuscirono a scappare a bordo di un mezzo di fortuna (una sorta di zattera costituita da un insieme di giubbotti salvagenti) e a far perdere le loro tracce. Si tratta di Frank Morris e dei fratelli John e Clarence Anglin. Tale ultimo fatto, avvenuto nel giugno del 1962, ha ispirato il film “Fuga da Alcatraz”, con protagonista Clint Eastwood – che veste i panni di Frank Morris, ideatore e artefice del piano di fuga. Dopo l’evasione dei 3 prigionieri e, a causa degli elevati costi di gestione e di mantenimento, il carcere di Alcatraz chiuse i battenti nel 1963. Oggi è un museo ove si organizzano visite guidate.

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I “NASONI”

I nasoni sono fontanelle di ghisa dalla forma cilindrica, caratterizzate da un rubinetto curvo che richiama la forma di un naso da cui l’acqua scorre a getto continuo. Per via di tale peculiarità, queste fontanelle, installate in tante piazze e vie della Capitale, sono affettuosamente chiamate “nasoni” dai romani. Le prime furono installate in città nel 1874 da Luigi Pianciani, il primo Sindaco della città dopo l’Unità d’Italia. La funzione principale dei “nasoni” è quella di dar sfogo alle tubature sotterranee della città eterna al fine di ridurre la pressione dell’acqua, evitando così rotture della rete idrica. Livellare la pressione dell’acqua nell’infrastruttura idrica sotterranea può limitare e impedire l’insorgenza di danni. Molto spesso, infatti, dopo che alcune fontanelle sono state eliminate o ne è stato chiuso lo scorrimento dell’acqua, si sono verificate in quelle zone perdite sotterranee con dissesto del sottosuolo che si è aperto formando delle vere e proprie “voragini”. Oltre ai motivi idraulici le fontanelle sono importanti dal punto di vista igienico-sanitario: la continua fuoriuscita dell’acqua mantiene pulite le tubazioni evitando la stagnazione che è la principale causa della proliferazione dei batteri. Senza dimenticare poi gli aspetti e le finalità sociali: l’acqua che fuoriesce dai nasoni è potabile e accessibile a tutti in modo gratuito. Sovente viene presentata all’amministrazione comunale la proposta di chiudere i nasoni, accusati di sprecare molta acqua, sebbene ci si scordi dei motivi che hanno condotto a installarle. Il risparmio di acqua derivante dalla chiusura delle fontanelle si attesterebbe all’1%, mentre il grosso dello spreco dell’acqua (che si avvicina al 50% dello spreco di acqua totale) sarebbe determinato dalle perdite che si registrano nelle tubature di trasporto che sono ormai vecchie e senza manutenzione.   Per approfondire l’argomento I nasoni di Roma

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NEI TRIBUNALI DELL’ANTICA ATENE

Nei tribunali di Atene non esisteva la figura del Pubblico Ministero. L’ accusa poteva essere condotta da un qualsiasi cittadino che lo faceva a suo rischio e pericolo: se il colpevole veniva condannato, l’accusatore incamerava la decima parte del suo patrimonio, se invece veniva assolto il cittadino accusatore doveva pagare una multa di mille dracme. Non esistevano neppure gli avvocati difensori. Gli imputati, colti o analfabeti che fossero, dovevano difendersi da soli e, quando non se la sentivano, avevano la possibilità, prima del processo, di convocare un logografo, ovvero un legale di fiducia capace di scrivere un testo di difesa da imparare a memoria. Eccezionali logografi furono Antifonte, Prodico, Demostene e Lisia.    Luciano De Crescenzo    Socrate    Atene, panorama sul Partenone nella luce del tramonto    Constantinos Kollias

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ROBERT DE NIRO E LA LICENZA DA TASSISTA

Per prepararsi al meglio per il suo ruolo in Taxi Driver, Robert De Niro prese davvero la licenza da tassista. Alcune settimane prima di girare il celebre film di cui sopra, infatti, l’attore italo-americano volle calarsi pienamente nei panni del personaggio che doveva interpretare e lavorò come tassista a New York City. Nonostante si trovasse a Roma per girare il film “Novecento” di Bernardo Bertolucci, durante i fine settimana faceva rientro nella Grande Mela per fare pratica di guida come tassista per 12 ore al giorno. Sebbene fosse fresco di premio Oscar per il suo ruolo ne “Il Padrino – Parte II”, venne riconosciuto soltanto una volta da un passeggero. Per chi desiderasse vedere con i propri occhi la licenza in questione, la potrà trovare nell’Harry Ransom Center, sito all’interno dell’Università di Austin in Texas. Si tratta di un museo-biblioteca-archivio specializzato nella raccolta di reperti letterari e culturali.

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LASAGNE SURGELATE COLGATE

Durante gli anni ’80 la famosa azienda Colgate, leader nel settore dell’igiene orale, provò un improbabile tentativo di estendere il suo marchio (brand extension) iniziando a produrre piatti pronti surgelati, allontanandosi completamente dal suo core business. Tentativo che si rivelò un flop colossale poiché i consumatori non riuscivano a dissociare i cibi surgelati dalla sensazione data dal dentifricio in bocca. Un flop commerciale che non ha messo in crisi la nota azienda, ma che le ha fatto guadagnare un posto all’interno del Museum of Failure di Helsingborg, ideato dallo psicologo Samuel West, appassionato di fallimenti commerciali.

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PERCHÉ SI È DIFFUSA LA CREDENZA SECONDO LA QUALE AVERE UN NUMERO PARI DI TATUAGGI PORTA SFORTUNA?

Si tratta di un’usanza di inizio Ottocento che si deve ai marinai europei. Gli equipaggi che nel XVIII secolo si erano avventurati nelle isole del Pacifico avevano apprezzato l’arte dei tatuaggi tipica di quelle terre (la parola tatuaggio deriva infatti dalla parola polinesiana “tattaw”, che significa “incidere, decorare”) portandola con sé in Europa, dove invece era considerata un’arte proibita dalla Chiesa sin dall’epoca medievale. Così, tra i marinai, divenne consuetudine tatuarsi simboli di buon auspicio e di protezione, da portarsi addosso contro tutte le ostilità che potevano incontrare durante i lunghi viaggi in mare. I tatuaggi iniziarono perciò a diffondersi e ad essere concepiti come un rito di passaggio abituale. Si era soliti farne uno prima di partire in mare aperto e un altro quando si arrivava alla destinazione per celebrare l’approdo del loro primo viaggio. Il terzo, invece, veniva realizzato solo quando si tornava a casa sani e salvi per festeggiare il rientro con famigliari e amici. Per quanto riguarda i viaggi successivi i tatuaggi erano solo due: il primo all’arrivo della destinazione scelta e il secondo al rientro a casa. Avere tatuaggi in numero pari significava, quindi, trovarsi ancora in viaggio, lontani da casa, mentre averne in numero dispari significava essere tornati al sicuro dai propri cari. Tale tradizione si è poi diffusa anche fuori dall’ambiente marinaresco, tanto che questa abitudine viene seguita tuttora da molti amanti dei tattoo. Fonte: Focus

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OLIVER REED E “IL GLADIATORE”

Oliver Reed, l’attore che interpretò Proximo nel film “Il Gladiatore”, morì improvvisamente per attacco cardiaco durante una pausa delle riprese del colossal. Venne perciò usato del materiale girato durante le prove per creare una “maschera digitale” che fu aggiunta sul corpo di una controfigura. Per soli due minuti di riprese che gli mancavano da girare furono spesi quasi 3,2 milioni di dollari. Questo lavoro valse al film l’Oscar per i Migliori Effetti Speciali.   Fonte: Hollywood Reporter    In foto il regista Ridley Scott e l’attore Oliver Reed durante una pausa dalle riprese del film “Il Gladiatore”

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FINISTERRE: LA FINE DEL MONDO

Secondo gli antichi romani questo punto segnava la fine del mondo allora conosciuto. Il nome Finisterre (in galego Fisterra), infatti, deriva dal latino Finis terrae, e significa “confine della terra”. Finisterre si trova in Galizia, lungo la Costa della Morte, così chiamata a causa dei numerosi naufragi accaduti in quelle acque sia in epoche passate che recenti. È spesso visitata dai pellegrini che compiono il Cammino di Santiago di Compostela e che decidono di prolungare il pellegrinaggio per un altro centinaio di chilometri. La tradizione vuole che i pellegrini qui compiano un bagno nell’oceano in segno di purificazione, brucino un indumento indossato durante il cammino stesso e infine raccolgano una delle conchiglie che si trovano su una spiaggia come prova dell’avvenuto pellegrinaggio. Purtroppo però in questo tratto di costa, a causa dei rapidi cambiamenti atmosferici e per il forte vento, si sono registrati diversi annegamenti di pellegrini, trascinati al largo proprio dalle forti correnti.   Cabo Fisterra, Galizia, Spagna P.S. In realtà il punto più occidentale dell’Europa continentale si trova in Portogallo, più precisamente a Cabo da Roca.

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LA FRECCIA DEL PARTO

I Parti erano una popolazione iranica di abitudini seminomadi, che intorno al II secolo a.C. stabilirono il proprio territorio in prossimità del mar Caspio. Abilissimi arcieri e capaci di cavalcare anche voltati all’indietro, furono tra i primi a proteggere i cavalli con pesanti armature. Grazie alle loro abilità concepirono una particolare tecnica di battaglia, conosciuta come tiro alla partica, consistente nel fingere di darsi alla fuga, simulando una ritirata, per farsi inseguire dal nemico, sparigliandone le fila, dandogli l’impressione di essere in disordine ed in difficoltà per poi voltarsi improvvisamente all’indietro scoccando una freccia a tradimento in piena cavalcata. Facendosi inseguire uno per uno ottenevano lo scopo di dividere i nemici, ormai certi della vittoria, per poi colpirli agevolmente con le loro frecce. Questa tattica richiedeva una abilità equestre molto elevata, dato che entrambe le mani erano impiegate per usare l’arco e le staffe non erano state ancora inventate. I cavalieri dovevano quindi riuscire a padroneggiare il cavallo usando esclusivamente la forza delle proprie gambe. La freccia del parto è diventata un’espressione di uso comune per indicare un’allusione velenosa e offensiva pronunciata in maniera inaspettata. P.S. Una delle battaglie più famose in cui questa particolare tattica fu utilizzata è stata quella di Carre. Proprio in quest’ultima battaglia il tiro alla partica fu un fattore determinante nella vittoria dei Parti sui romani, comandati in quel tempo dal generale Marco Licinio Crasso. Questa tattica fu usata dalla maggior parte dei popoli nomadi dell’Eurasia: Unni, Magiari, Mongoli, Sciti e anche dai popoli che sono susseguiti ai Parti come i Sasanidi e gli Ottomani.

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IL PONTE DEI SOSPIRI

Il Ponte dei Sospiri è uno dei luoghi più rappresentativi di Venezia. Si trova a pochi passi da Piazza San Marco e collega il Palazzo Ducale con le antiche prigioni. La maggior parte delle persone si scatta una fotografia o un selfie con il Ponte dei Sospiri in sfondo perché viene considerato uno dei luoghi più romantici a Venezia. Per questa ragione viene anche chiamato il Ponte dell’Amore o il Ponte degli Innamorati: tantissime gondole attraversano questa struttura offrendo un punto di vista unico sulla laguna. Forse non tutti sanno però che, in passato, questo ponte di romantico aveva ben poco. Costruito per collegare le prigioni con il Palazzo Ducale, tutti i prigionieri che si trovavano nella Serenissima, dovevano attraversare questo stretto passaggio per ricevere la sentenza definitiva che avrebbe potuto condannarli a morte. Da quelle grate, forse per l’ultima volta, potevano osservare – sospirando – il mare e la stupenda vista della laguna. Oggi, si può percorrere il ponte dall’interno solo grazie al Tour del Palazzo Ducale. In questo modo si può ammirare la stessa suggestiva vista dalle grate che avevano una volta i prigionieri in attesa di ricevere l’angosciante sentenza. Dalle grate si può ammirare la Basilica di San Giorgio Maggiore e l’Isola della Giudecca.

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