Aneddoti

IL CONTADINO E IL CAVALLO

Un uomo e suo figlio vivevano in un piccolo villaggio nelle campagne cinesi. Possedevano soltanto poche cose: una baracca in cui vivere, un campo da coltivare e un cavallo. Un giorno il cavallo scappò, e tutti gli abitanti del villaggio andarono a trovare il contadino per consolarlo, dicendogli : “Che sfortuna hai avuto! Il cavallo ti era utile per lavorare. ” E il contadino rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo… Chi vi dice che sia una disgrazia?”. Una settimana dopo, il cavallo ritornò assieme ad altri cavalli selvaggi. Gli abitanti del villaggio accorsero dall’uomo per congratularsi con lui e gli dissero: “Avevi un solo cavallo e ora ne hai altri. Che fortuna hai avuto!”. Anche questa volta il contadino, con tutta calma, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo… Chi vi dice che sia una fortuna?”. Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cercando di domare uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Gli abitanti del villaggio tornarono dal contadino e gli dissero: “Che sfortuna hai avuto! Tuo figlio è l’unico che ti poteva aiutare nel tuo lavoro. ” Ancora una volta, il contadino rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo… Chi vi dice che sia una disgrazia?”. Qualche settimana più tardi, alcuni soldati dell’esercito arrivarono nel villaggio e iniziarono a reclutare giovani uomini da portare a combattere in guerra. Quando passarono dalla casa del contadino cinese videro il figlio con la gamba rotta e decisero quindi di non arruolarlo per il fronte. Il figlio del contadino fu l’unico a salvarsi rispetto a tutti gli altri giovani che vivevano nel villaggio. Gli abitanti del villaggio, una volta appresa la notizia, si rivolsero al contadino : “Che fortuna hai avuto! I nostri figli vanno a morire in guerra mentre il tuo no perché è infortunato. ” E il contadino, come sempre, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”. Si tratta di una antica parabola di origine cinese / taoista, spesso conosciuta come: “Il contadino e il cavallo” È una storia tradizionale, senza autore, tramandata oralmente da secoli e usata per illustrare l’idea taoista della relatività dei concetti di bene e male. Questa parabola non ha fine, e potremmo applicarla a molti avvenimenti della nostra vita. Spesso un evento che in un primo momento ci sembra totalmente negativo può rivelarsi assolutamente positivo con conseguenze inaspettate, basta solo aver pazienza e lasciare che le cose facciano il loro corso. Nessuna morale esplicita, dunque, nessuna conclusione chiusa, solo l’invito a sospendere il giudizio appena un fatto nuovo si verifica.

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ZEMAN E LA PARTITA A CARTE

Una sera giocavamo a carte con alcuni compagni di squadra, sebbene non fosse consentito data l’ora. A un tratto arrivò Zeman. Eravamo già pronti al richiamo che ci avrebbe fatto, invece si mise a giocare a carte con noi fino a notte fonda. Il giorno seguente trovammo una multa in bacheca, che Zeman era solito dispensare di tanto in tanto, e incredibilmente oltre ai nostri nomi vedemmo che anche lui si era auto multato per aver fatto tardi insieme a noi, e addirittura del doppio! Fonte: Maurizio Miranda (difensore del Foggia nella stagione 1989 – 1990)

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UNA CARAMELLA E 50 ANNI INSIEME

Tuo nonno mi chiese di sposarlo con una caramella. Non avevamo niente, si inginocchiò e mi disse: “Non ho nulla ora, solo una caramella, ma se vuoi possiamo costruire tutto insieme.” Ho aperto la caramella, l’ho divisa in due e l’abbiamo mangiata. Da quel momento abbiamo diviso e condiviso tutto. Siamo caduti, ci siamo rialzati e abbiamo costruito. Tutto insieme. Abbiamo vissuto momenti difficili, di stanchezza, ma ci siamo sempre stati l’uno per l’altro. Fino all’ultimo. Altri tempi nonna. “Il tempo non cambia il modo di amare. Quello che è cambiato è che non avete più esempi belli da seguire. Mo avete paura di tutto. Non vi sposate per paura di non riuscire a costruire. Appena litigate vi lasciate perché poi pensate di trovarne uno migliore. Siete sempre alla ricerca della perfezione, come se poi esistesse. Vi manca la percezione della realtà. Della felicità nelle piccole cose. Fate ste grandi dimostrazioni, anelli da migliaia di euro, un video esagerato per le proposte di matrimonio e poi vi perdete il momento. Quella cosa intima che custodite in due, solo in due per tutta la vita. È questo che vi manca. Il coraggio di vivere la vita e l’amore per quello che si è, e non per come lo immaginate.” Una caramella e 50 anni insieme.

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TUTTI DA “CHECCO ER CARETTIERE”

«All’epoca frequentavo Robert De Niro, che era a Roma per girare “C’era una volta in America”, il film di Sergio Leone, ed una sera mi chiamò. Mi chiese: -“Gianni, come va? Che hai da fare oggi?”. – Io gli risposi: “Sono con Muhammad Ali stasera, stiamo per andare a cena”. – De Niro sobbalzò e disse: “Con chi è che stai? Cioè, stai andando a cena con Muhammad Ali e non me lo dici? Cioè è il mio idolo di sempre. Io vengo a cena con te stasera Gianni”. Dopo un po’ ricevetti una telefonata di Sergio Leone, per la verità un po’ arrabbiato, e mi disse che De Niro non sarebbe potuto venire perché quella sera avevano un importante incontro per definire alcune scene del film, quindi non si poteva fare nulla. Io gli dissi che in realtà non c’entravo niente, stavo solo andando a cena con Muhammad Alì e Robert si era voluto aggiungere. A quelle parole, Leone disse: – “Cosa??? Cioè tu e Robert state andando a cena con Muhammad Ali e non mi avete detto nulla?”. Volle a tutti i costi accodarsi anche Sergio Leone. A quel punto mi preparai e, una volta pronto, stavo quasi per uscire, ma suonò di nuovo il telefono. Era il premio Nobel Gabriel García Márquez che era a Roma per cenare anche lui con Sergio Leone e De Niro, ma aveva appena appreso che l’incontro era saltato perché c’era una cena con Muhammad Ali. Morale della favola? Ci ritrovammo tutti a cena da “Checco Er Carettiere” e passammo l’intera serata a fare domande a Muhammad sulla sua carriera e sui suoi match. Ci raccontò tutto. Io, De Niro, Marquez e Sergio Leone lo ascoltavamo a bocca aperta: eravamo tornati tutti bambini». (Gianni Minà)

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TALETE E LE PIRAMIDI

La leggenda narra che Talete, viaggiando per l’Egitto in cerca di sacerdoti della valle del Nilo da cui apprendere le conoscenze astronomiche risalendo il fiume, avrebbe sostato nei pressi della Piana di Giza, attirato dalla mole sorprendente della Piramide di Cheope, ove il faraone Amasis, giunto a conoscenza della fama del sapiente, lo sfidò a dargli la misura corretta dell’altezza. Per qualunque persona, anche dotata dei più sofisticati strumenti dell’epoca, si sarebbe trattato di un’impresa che, se non ardua, avrebbe certamente richiesto una notevole quantità di tempo sia per compiere le misure che i calcoli, ma sempre le fonti ci narrano che Talete sapesse già che a una determinata ora del giorno la nostra ombra eguaglia esattamente la nostra altezza; e quindi non avrebbe fatto altro che attendere l’ora propizia e dimostrare le sue doti, sbalordendo lo stesso faraone che si disse stupefatto del modo in cui abbia misurato la piramide senza il minimo imbarazzo e senza strumenti. Piantata un’asta al limite dell’ombra proiettata dalla piramide, poiché i raggi del sole, investendo l’asta e la piramide formavano due triangoli, ha dimostrato che l’altezza dell’asta e quella della piramide stanno nella stessa proporzione in cui stanno le loro ombre. (Plutarco)

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SOCRATE E SANTIPPE

Pare che la moglie di Socrate, Santippe, fosse una donna stravagante, iraconda e insopportabile: gridava sempre e un giorno, più di altri, si adirò con Socrate che, impassibile, rilassato e tranquillo, continuava a sbrigare le sue faccende. Allora la donna, vedendo che non riusciva a smuoverlo nemmeno con le grida, prese un vaso pieno d’acqua o, a detta di altri, un vaso da notte pieno, e lo versò addosso al povero marito, pensando in questo modo di poter suscitare la sua ira. Egli, invece, per tutta risposta commentò: «Beh…è ovvio, dopo i tuoni, viene la pioggia!» (Diogene Laerzio)

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SANDRA & RAIMONDO

«Sono stata fortunata nella vita. Sono stata con Raimondo dal ’62, ma prima siamo stati fidanzati per tre anni, quindi sono 50 anni. Mi invitò a cena e si dichiarò davanti a una cotoletta. Mi guarda e mi dice: “Lo sai che sono innamorato di te?”. Dopo di che si volta verso Gino Bramieri e comincia a parlare del più e del meno, come se non esistessi. Non abbiamo mai smesso di ridere, è il segreto per stare bene insieme: noi ridevamo delle stesse cose. Poi abbiamo portato il nostro modo di essere in televisione. Quando c’è stato il momento dell’esplosione della volgarità siamo stati alla finestra a guardare, non abbiamo accettato compromessi. Siamo di quella generazione in cui l’attore sapeva di entrare nelle case senza suonare il campanello, e quindi ci entrava con la cravatta e con garbo.» (Sandra Mondaini)

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SAN LORENZO MARTIRE

Lorenzo, di origine spagnola, è uno dei diaconi di Papa Sisto II, che lo incarica di amministrare i beni della Chiesa. San Lorenzo si dedica a servire i poveri nei vari quartieri di Roma, distribuendo quanto la carità riesce a mettergli nelle mani. Durante una persecuzione contro i cristiani, probabilmente sotto l’imperatore Valeriano, viene fatto prigioniero e condannato a morte. Prima di eseguire la condanna, il prefetto imperiale gli chiede di consegnare “i tesori della Chiesa di Roma”. Allora Lorenzo gli mostra i malati, gli storpi e i poveri che lo accompagnano, dicendo: “Ecco, i tesori della Chiesa sono questi, tesori che non diminuiscono mai, che fruttano sempre e che puoi trovare ovunque”. È bruciato vivo alcuni giorni più tardi e il corpo viene deposto il 10 Agosto in una tomba sulla Via Tiburtina, presso l’attuale cimitero Verano di Roma. Su di essa, Costantino costruirà una basilica in suo onore.  Sulla Tua Parola – il Messalino Diacono vuol dire servo: San Lorenzo è stato servo della Parola, servo della Chiesa, servo dei poveri. Un esempio perfetto per i diaconi, ma anche per ognuno di noi.

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RE MIDA

«La storia di re Mida è nota a chiunque. Questo ricco re, che amava l’oro in modo anormale, ottenne da un dio il privilegio di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Dapprima ne fu felice, ma quando scoprì che il cibo che avrebbe voluto mangiare diventava solido metallo prima che egli potesse inghiottirlo, cominciò a preoccuparsi; e quando sua figlia diventò una statua allorché egli la baciò, supplicò atterrito il dio di riprendersi il suo dono. Da quel momento si rese conto che l’oro non è l’unica cosa che valga. Questa storia è molto semplice, ma il mondo non è ancora riuscito ad afferrarne la morale.» ✍🏻 Bertrand Russell 📖 Elogio dell’ozio

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NINO BENVENUTI & SANDRO MAZZINGHI

All’età di 82 anni, la penultima Domenica di Agosto, con trenta gradi all’ombra, Nino Benvenuti sale in macchina a Roma e percorre quasi 400 chilometri. Arriva a Pontedera, entra nella chiesa del Santissimo Crocifisso alle tre del pomeriggio, quando in città non c’è nessuno in giro e nella camera ardente, quasi per caso, appena cinque persone. E due sole telecamere. Accanto a lui ci sono Davide e Simone, i figli del suo rivale storico, quello che gli ha conteso due volte il titolo di campione del mondo. Quell’ uomo era Sandro Mazzinghi. È morto. Lui e Benvenuti sono rimasti fieramente rivali per anni. E, a distanza di mezzo secolo, restano due tra i più grandi pugili di sempre. Trenta minuti di commozione, abbracci, fazzoletti, sorrisi, poche righe nel registro delle visite. Appena due parole alla stampa: “Sul ring l’ho sconfitto, ma non l’ho mai battuto”, dice Benvenuti prima di andare via. Alle 16 è già ripartito.

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LORENZO INSIGNE

«Il fatto è che io vengo dal fondo. Sapete tutti da dove vengo, dal nulla. Mio padre lavorava tutti i giorni per cercare di non cadere in mano alla camorra, aveva un carrello ambulante di frutta, mamma lo aiutava come poteva ma era zoppa e non poteva camminare a lungo. In molti mi prendono in giro perché non so parlare bene in italiano, la verità è che a 12 anni invece di andare a scuola andavo ad aiutare papà a lavoro, altro che studiare. La mattina uscivamo alle 5, caricavamo il carrello e poi in giro per tutta Napoli a vendere. In ogni condizione, sia con la pioggia, che con il sole battente. E mica esistevano giorni liberi o ferie. Quando papà non vendeva prendevo una mela e iniziavo a palleggiare per sfogare la mia rabbia, dopo un anno facevo quel che volevo con le mele. Fu così che iniziai a palleggiare con le pesche, che erano un po’ più piccole, fino ad arrivare alle ciliegie. Un giorno arrivammo fino a Castel Volturno, non riuscivamo più a vendere nelle altre zone perché facevamo concorrenza agli ambulanti della camorra, e lì fui notato da un osservatore del Napoli mentre palleggiavo con una ciliegia. Lì ci fu la svolta; la mattina uscivo con papà, facevamo un giro nuovo in modo da arrivare nel pomeriggio a Castel Volturno per gli allenamenti, e la sera andavo in piazza a palleggiare con la frutta con il boccino delle offerte. Volevo differenziarmi dai falsi invalidi. Il resto è tutto frutto di sudore, determinazione e umiltà.».

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LA TRAGEDIA DELLA COSTA CONCORDIA E I SUOI EROI

Nel naufragio della Costa Concordia persero la vita 32 persone. Una tragedia immane che viene ricordata per le vittime e per il comportamento del comandante di quella nave. Tuttavia, ci sono stati anche tanti eroi in quella triste vicenda. Tra questi il 30enne Giuseppe Girolamo, di Alberobello, che si trovava sulla nave come batterista. Giuseppe decise, con un gesto eroico, di cedere il proprio posto sull’ultima scialuppa di salvataggio rimasta a una famiglia con due bambini, con la consapevolezza di morire perché non sapeva nuotare. Il suo corpo venne identificato il 7 aprile del 2012 tramite la prova del DNA. Fu proprio una delle superstiti del naufragio, Antonella Bologna, a raccontare la storia di questo ragazzo che quel 13 gennaio 2012, con il suo gesto eroico, salvò la vita a lei, a suo marito e ai loro due bambini così descrivendolo: «Ricordo di avergli detto: “La prego, mi deve far salire, ho due bambini” Nel panico generale è riuscito a restare calmo e ad aiutarci. Credo fosse un angelo o mi è parso tale. Perché solo grazie a lui siamo riusciti a salire nella terza scialuppa e accomodarci nella parte finale. Dopo di ciò è scomparso.» Grazie anche alla forte insistenza da parte del Comune di Alberobello, dopo più di 10 anni da quel triste giorno, è stata finalmente conferita la medaglia d’oro al valor civile a questo eroe, che ha sacrificato se stesso per salvare il prossimo. La medaglia, si legge nella motivazione, sul sito del Quirinale, gli è stata conferita per il «grande esempio di coraggio, di solidarietà e spirito di sacrificio».

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LA MAMMA DI MICHEAL PHELPS

A scuola non riesce in alcuna materia, le maestre dicono a sua madre che non è dotato. Dopo un controllo si scopre che Micheal soffre di un disturbo da deficit dell’attenzione. Così inizia la storia di Michael Phelps. Debbie, sua madre, non si dà per vinta, al contrario: gli sta accanto, lo sprona, lo segue in tutto dagli studi allo sport. In piscina e a scuola lo aiuta a raggiungere piccoli obiettivi, uno dopo l’altro, a mantenere la concentrazione. Micheal migliora a scuola, a nuoto, ovunque. A soli 15 anni arriva in finale ai Trials olimpici di Sidney. Da lì in poi farà la storia ed entrerà nella leggenda. Vincerà più di 80 medaglie, diventando il più grande nuotatore di sempre. Ogni volta che un insegnante mi diceva che Michael non riusciva nei compiti, io rispondevo: “Bene, che cosa dobbiamo fare per aiutarlo?” Grazie alle madri che hanno scelto di non mollare e di credere nei loro figli.

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LA DONNA PIÙ BELLA DEL MONDO

Mary Ann Bevan è passata alla storia come “la donna più brutta del mondo”, ma dopo che leggerete la sua storia la considererete la donna più bella del mondo. Mary Ann nasce il 20 dicembre del 1874 a Londra. Lavora come infermiera e sposa un fiorista di nome Thomas Bevan. Nel 1914 cambia tutto: il marito muore, lasciandola da sola a crescere i loro quattro figli. Come se non bastasse Mary Ann inizia a soffrire di acromegalia, una condizione originata da un eccesso di ormoni della crescita che causa lo sviluppo eccessivo di alcune parti del corpo, soprattutto delle estremità e la progressiva deformazione del corpo, insieme a frequenti mal di testa e dolori muscolari. Ma, nonostante tutto ciò, Mary Ann rifiuta di prendersi una pausa, continuando a lavorare come sempre per sostentare la famiglia. Dopo aver accumulato ingenti debiti, partecipa al concorso per diventare “la donna più brutta del mondo” vincendo l’umiliante premio. Entra nel circo e viene portata in giro come fenomeno da baraccone. Continua a lavorare fino alla sua morte sopraggiunta nel 1933. Questa è la storia di una donna che ha preferito sopportare il ridicolo della gente pur di crescere i suoi figli e dare loro una buona educazione. La storia di una madre che ha deciso di sacrificare la propria dignità per amore dei suoi figli. La storia di una persona che con il suo gesto estremo, ci insegna quanta bellezza ci sia nell’amore.

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L’ INNOCENTE COLPEVOLE

Ronnie Bridgeman aveva appena 17 anni quando, insieme a suo fratello Wiley (20 anni) e all’amico Rickey Jackson (18 anni), venne rinchiuso nel braccio della morte per l’omicidio di Harold Frank, nel 1975. Tre anni più tardi, nel 1978, la sentenza venne commutata in ergastolo, conseguenza dell’abolizione della pena di morte nello stato dell’Ohio. L’unica prova contro i tre ragazzi fu la testimonianza dell’allora dodicenne Eddie Vernon, che dichiarò di aver visto il momento in cui Harold veniva ucciso. Solamente dopo quarant’anni Eddie ha ammesso di aver ingiustamente accusato i tre uomini, spinto dalle pesanti pressioni degli investigatori del caso. La sua testimonianza ha riaperto il caso e gli uomini sono stati rilasciati dopo aver passato quarant’anni della loro vita in carcere. La città di Cleveland ha risarcito i tre uomini con la somma totale di 18 milioni di dollari. Nell’immagine Ronnie che scoppia in lacrime quando viene, finalmente, giudicato innocente e liberato.

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IL VECCHIO VENDITORE DI UOVA

Un giorno una signora chiese ad un anziano venditore: “A quanto vendete le vostre uova?” Il vecchio venditore rispose: “50 centesimi a uovo, signora” La signora disse: “Prendo 6 uova per 2.50 euro o me ne vado”. Il vecchio venditore le rispose: “Acquisti al prezzo che desidera, signora. Questo è un buon inizio per me, perché oggi non ho venduto un solo uovo e ho bisogno di questo per vivere “. La signora comprò le sue uova al prezzo che voleva e se ne andò con la sensazione di aver vinto. Entrò nella sua auto elegante ed andò con una sua amica a cenare in un ristorante elegante. Lei e la sua amica ordinarono quello che volevano. Pagarono il conto, che ammontava a 180 euro, e lasciarono 200 euro al proprietario del ristorante chic dicendogli di tenere il resto come mancia. Questa storia potrebbe sembrare abbastanza normale nei confronti del capo del ristorante di lusso, ma molto ingiusta nei confronti del venditore delle uova. Perché dobbiamo sempre dimostrare che abbiamo il potere quando compriamo, soprattutto dalle persone più bisognose? E perché siamo molto più generosi con quelli che non hanno nemmeno bisogno della nostra generosità? Una volta lessi da qualche parte: “Mio padre aveva l’abitudine di acquistare beni dai poveri a prezzi più elevati rispetto a quanto richiedevano. Un giorno gli chiesi: – Perché lo fai, papà? Mi rispose: – E’ una forma di solidarietà avvolta nella dignità, figlio mio”.

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IL MAESTRO, IL GIOVANE E L’ ANELLO

“Sono venuto qui, maestro, perché mi sento così inutile che non ho voglia di fare nulla. Mi dicono che sono un inetto, che non faccio bene niente, che sono maldestro e un po’ tonto. Come posso migliorare? Che cosa posso fare perché mi apprezzino di più?”. Il maestro gli rispose senza guardarlo: “Mi dispiace, ragazzo. Non ti posso aiutare perché prima ho un problema da risolvere. Dopo, magari…”. E dopo una pausa aggiunse: “Ma se tu mi aiutassi, magari potrei risolvere il mio problema più in fretta e dopo aiutare te”. “Con piacere, maestro” disse il giovane esitante, sentendosi di nuovo sminuito visto che la soluzione del suo problema era stata rimandata per l’ennesima volta. “Bene” continuò il maestro. Si tolse un anello che portava al mignolo della mano sinistra e, porgendolo al ragazzo, aggiunse: “Prendi il cavallo che c’è là fuori e va’ al mercato. Ho bisogno di vendere questo anello perché devo pagare un debito. Vorrei ricavarne una bella sommetta, per cui non accettare meno di una moneta d’oro. Va’ e ritorna con la moneta d’oro il più presto possibile.” Il giovane prese l’anello e partì. Appena fu giunto al mercato iniziò a offrire l’anello ai mercanti, che lo guardavano con un certo interesse finché il giovane non diceva il prezzo. Quando il giovane menzionava la moneta d’oro, alcuni si mettevano a ridere, altri giravano la faccia dall’altra parte e soltanto un vecchio gentile si prese la briga di spiegargli che una moneta d’oro era troppo preziosa in cambio di un anello. Pur di aiutarlo, qualcuno gli offrì una moneta d’argento e un recipiente di rame, ma il giovane aveva istruzioni di non accettare meno di una moneta d’oro e rifiutò l’offerta. Dopo avere offerto il gioiello a tutte le persone che incrociava al mercato – e saranno state più di cento- rimontò a cavallo demoralizzato per il fallimento e intraprese la via del ritorno. Quanto avrebbe desiderato avere una moneta d’oro per regalarla al maestro e liberarlo dalle sue preoccupazioni! Così finalmente avrebbe ottenuto il suo consiglio e l’aiuto. Entrò nella sua stanza. “Maestro” disse “mi dispiace. Non è possibile ricavare quello che chiedi. Magari sarei riuscito a ottenere due o tre monete d’argento, ma credo di non poter ingannare nessuno riguardo il vero valore dell’anello.” “Quello che hai detto è molto importante, giovane amico” rispose il maestro sorridendo. “Prima dobbiamo conoscere il vero valore dell’anello. Rimonta a cavallo e vai dal gioielliere. Chi lo può sapere meglio di lui? Digli che vorresti vendere l’anello e chiedigli quanto ti darebbe. Ma non importa quello che ti offre: non glielo vendere. E ritorna qui con il mio anello.” Il giovane riprese di nuovo a cavalcare. Il gioielliere esaminò l’anello alla luce della lanterna, lo guardò con la lente, lo soppesò e disse al ragazzo: “Dì al maestro, ragazzo, che se vuole vendere oggi stesso il suo anello, non posso dargli più di cinquantotto monete d’oro”. “Cinquantotto monete?” esclamò il giovane. “Sì” rispose il gioielliere. “Lo so che avendo

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I RICONCILIATI

Si dice che in ognuno di noi convivano due persone: la persona che siamo, e la persona che siamo destinati ad essere. A volte, in alcuni uomini, le due persone si incontrano, e quegli uomini si riconciliano con il loro destino. Li riconosci subito, i riconciliati: hanno la luce negli occhi. Possono essere artigiani, avventurieri, preti, rivoluzionari, poeti, missionari, contadini, insegnanti. Possono vivere vite ordinarie o completamente fuori dal comune; possono essere lontanissimi o vicini a noi. Ma quando li vedi li individui immediatamente: sono in pace con se stessi e con l’universo, emanano serenità ed energia, e non ti stancheresti mai di stargli vicino. Ho avuto la fortuna di conoscerne qualcuno, di altri ho letto le storie. E sono tutte storie che hanno un tratto comune: i loro protagonisti ad un certo punto della loro vita hanno capito qual era la loro strada, ed hanno avuto il coraggio di seguirla. E la “loro” strada non era mai la più conveniente, o la più comoda, o quella che faceva felici i genitori, o che si accordava con quello che voleva la società o il “pensiero comune”. Non necessariamente era la strada “giusta”, ma sicuramente era la “loro”. Le loro storie vanno raccontate, perché ci aiutano a capire che non è mai troppo tardi per seguire la propria strada, e riconciliarsi col proprio destino. Prendiamo ad esempio la storia di Aleksander Doba, detto Olek. Olek era un ingegnere polacco, con un buon impiego presso un’azienda. Un giorno dei primi di marzo del 1989, quando aveva quarantatre anni, un suo amico -chiamiamolo Prestnek- lo invita a fare un giro in Kayak sul lago. Mentre voga per la prima volta su quel lago Polacco, Olek prova qualcosa. Si sente bene, forse come non lo è mai stato. Per lui è come una folgorazione. La sera nel letto non riesce a dormire: ripensa alla giornata al lago, alla sensazione di libertà e di completezza che provava mentre vogava. Gli sembra di sentire gli schizzi, i profumi, ed il rumore della pagaia mentre entra nell’acqua del lago. E pensa che il Kayak si presta bene ad avventure ben più lunghe di un giorno: pensa circumnavigazioni del lago campeggiando lungo le sponde, e all’attraversamento della Polonia lungo i fiumi, e poi il mare. E l’Oceano, l’Oceano sterminato. Pensa alle infinite potenzialità e sente un brivido. E quella notte di certo non dorme, in preda ad una specie di vertigine. La settimana successiva la vive come in trance, con in testa un pensiero fisso, finché finalmente arriva il venerdì pomeriggio, e corre a comprarsi il suo primo Kayak. E trascorre il week end successivo a pagaiare sul lago, sognando ben altri tragitti. Così organizza il Kayak con una sacca impermeabile in cui include la sua tenda e dei generi di sopravvivenza, e la successive vacanze di Pasqua dell’aprile del 1989 attraversa tutta la Polonia da Przemyśl a Świnoujście, vogando per 1189 Km in 13 giorni: e da quel momento comincia la sua vita. Da aprile del 1989

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GURU NANAK

Guru Nanak era sempre in viaggio ed un giorno arriva in un villaggio. Vede una bella casa con tante bandiere colorate che sventolano all’ingresso. Gli dicono che lì ci abita l’uomo più ricco del paese, un presta soldi. Ogni volta che mette da parte un’altra cassa piena di monete, alza una nuova bandiera e fa una festa. Guru Nanak va alla casa e chiede se possono fare qualcosa da mangiare anche a lui. Il padrone, riconoscendolo come un sant’uomo, gli fa portare cibo e bevande. Quando ha finito, Guru Nanak chiede al prestasoldi se gli può fare un favore. “Certo”, dice quello, felice di fare un’opera buona e con ciò acquistare dei meriti sul suo karma. “Farò quel che volete.” Guru Nanak dalla sua saccoccia tira fuori uno spillo di ferro tutto arrugginito: “Tienimelo in deposito. Me lo restituirai quando ci rincontreremo nella prossima vita”. “Lo prometto” dice il prestasoldi. “E non vi faccio nemmeno pagare.” Guru Nanak si rimette in cammino e l’uomo va dalla moglie a raccontarle la storia. “Cretino”, dice quella. “Come credi di poter mantenere la tua promessa? Quando muori, non potrai portarti dietro nulla, neppure quello spillo!” L’ uomo capisce. Corre dietro al sant’uomo, si butta ai suoi piedi e gli chiede di poterlo seguire come suo discepolo. 🖋️ Tiziano Terzani 📖 Un altro giro di giostra

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FABIO BASILE

64 km al giorno, 4 caselli autostradali, per 6 giorni a settimana per 12 anni. Arrivava dal lavoro, scendeva dal furgone e saliva in macchina per portarlo agli allenamenti. Ogni giorno, dal lunedì al sabato. E la domenica le gare. Poi si allenava ogni volta con lui. Questa è stata per 12 anni la vita del papà di Fabio Basile (in foto). Fabio, dopo aver vinto l’oro olimpico di judo, è riuscito a mantenere la promessa fatta ai suoi genitori: “I miei genitori hanno sempre creduto in me. Quando ero piccolo vedevo mia mamma perplessa quando faceva i conti. Io le ho promesso: ‘Un giorno a te ci penserò io‘ e quando ho vinto le Olimpiadi le ho detto: ‘Come promesso penso a tutto io’. Ho estinto il mutuo e ho comprato a mio padre la macchina che desiderava. Lui non riusciva a crederci”. La riconoscenza è il respiro dell’anima.

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TALETE E IL MATRIMONIO

Si narra che il saggio Talete fosse poco incline al matrimonio, tanto che alle pressioni della madre che voleva vederlo sposato rispondeva sempre: «Sono troppo giovane per sposarmi, c’è ancora tempo». La madre però non demordeva e continuava ad insistere negli anni, chiedendogli il perché non volesse prender moglie. Fino a che Talete, essendo sopraggiunta ormai l’età avanzata, era solito risponderle: «È tardi per sposarmi, sono troppo vecchio». 🖋️ Diogene Laerzio 📖 Vite dei filosofi (I, 26)

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SOCRATE AL MERCATO

Si racconta che Socrate fosse solito passeggiare per Atene indossando vecchi sandali. Un giorno i suoi studenti fecero una colletta per convincere il proprio maestro a comprarsi un paio di sandali nuovi. Andarono da lui dicendogli: «Maestro, accetta queste monete, così potrai comprarti un paio di nuovi sandali al mercato. Quelli che hai sono vecchi e rotti. Tu non ci chiedi mai alcun compenso per i tuoi insegnamenti. Ti preghiamo di accettare queste monete come nostra forma di gratitudine.» Socrate, sorprendendoli, gli rispose: «Sono contento di voi e dei miei vecchi sandali. Io vado volutamente tutte le mattine al mercato, solo per scoprire quante cose si vendono di cui posso gioiosamente fare a meno!»

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AMADEO PETER GIANNINI

Figlio di poverissimi immigrati italiani, orfano di padre, comincia a lavorare molto presto in California, negli Stati Uniti d’America. Da facchino di una impresa di ortaggi ne diventa socio ed è così bravo da trasformarla in una delle più grandi di san Francisco. Per la sua intraprendenza, a soli 31 anni, viene nominato amministratore di una piccola banca locale. Quello che vede però non gli piace: le banche prestano soldi solo a chi è già ricco e grande e che non ha difficoltà a restituire i prestiti, mentre intorno ci sono gli immigrati italiani e non solo che fanno i piccoli commercianti, gli artigiani e i contadini che avrebbero bisogno di qualcuno che creda in loro e gli dia fiducia per finanziare le loro idee e mantenere le loro attività, ma trovandosi le porte chiuse sono costretti a chiedere soldi agli usurai. Amadeo capisce che non si possono trascurare i bisogni e le esigenze di quest’ultimi e si dimette dalla banca. Nel 1904, a 34 anni, con poco più 300.000 dollari presi un po’ a prestito e un po’ da investitori apre la sua banca “Bank of Italy” e va a cercarsi i clienti proprio tra quegli immigrati e quelle persone a cui erano stati rifiutati i prestiti. “Portate qui i vostri piccoli risparmi e vi faccio prestiti anche a partire da 25 dollari, come garanzia guardo i calli sulle mani” In due anni i depositi superano il milione di dollari. 1906. Il terremoto distrugge San Francisco, ma lui non si ferma. Apre al molo della città un bancone di legno informando la clientela che i prestiti non si sarebbero fermati. In tal modo aiuta a ricostruire la città. Il quartiere italiano è il primo a rifiorire. Fa prestiti a chi vuole piantare vigneti, contribuendo allo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria vinicola in California. Crede in Charlie Chaplin quando nessuno voleva finanziare “Il Monello”, suo capolavoro, da cui poi la sua banca incasserà le royalties. Nel 1928, quando la sua banca aveva ormai aperto sportelli in tutto lo Stato, rifiuta un milione e mezzo di dollari come sua quota di guadagni, mettendoli a disposizione dell’Università della California per lo sviluppo dell’agricoltura. Non si è mai dato un dollaro in più rispetto al suo stipendio da impiegato e dichiara: “Un uomo che desideri accumulare più di 500.000 dollari dovrebbe correre dallo psichiatra.” Nel 1930, contro tutto l’establishment bancario di New York che lo deride e lo denigra definendolo “Il fruttivendolo italiano”, trasforma Bank of Italy in Bank of America. Durante la Grande Depressione, mentre molte banche fallivano perché avevano investito in azioni che si erano svalutate, la sua non ne risente perché a differenza delle prime aveva finanziato l’economia reale con tassi di interesse quasi vicino allo 0%, con cui, tra le altre cose, finanzierà anche la costruzione del Golden Gate (il ponte di san Francisco) Ha reso ragionevole l’accesso al credito, dimostrando come si possa fare profitto anche con tassi di interesse bassi. 1949. A 79 anni muore mentre intanto Bank

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SACCO E VANZETTI

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano due italiani di fede anarchica che emigrarono negli Stati Uniti. Molto attivi politicamente, soprattutto nel condannare le condizioni in cui versavano gli operai in quel tempo attraverso scioperi e manifestazioni, vennero inclusi a loro insaputa in una lista di sovversivi e furono pedinati dai servizi segreti americani. Vennero arrestati per aver fatto propaganda politica attraverso volantini e tre giorni dopo vennero accusati di diversi reati tra cui rapina e omicidio. Li condannarono a morte nel 1921, senza nessuna prova. Nonostante le lunghe proteste e gli appelli di molti intellettuali, Sacco e Vanzetti morirono sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927. La vicenda di Sacco e Vanzetti viene ricordata come simbolo di errore giudiziario, razzismo e intolleranza. A cinquant’anni esatti dalla loro morte, il 23 agosto 1977 Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la loro memoria. 📷 In foto Bartolomeo Vanzetti (a sinistra) e Nicola Sacco (a destra) ⬆️Se si desidera approfondire la vicenda, si consiglia la lettura di cui sotto⬇️ 📖 “Non piangete la mia morte” – Lettere ai familiari 🖋️ Bartolomeo Vanzetti  

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NON VI LASCIO CHE 150 LIRE

25 APRILE 1911: MUORE SUICIDA EMILIO SALGARI — Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire — Queste furono alcune delle ultime parole che Emilio Salgari, scrittore italiano attivo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, lasciò scritte nelle lettere indirizzate ai suoi quattro figli ed ai suoi editori prima di suicidarsi brutalmente squarciandosi il ventre e la gola con un rasoio il giorno 25 aprile 1911 nei pressi di Villa Ray a Torino. La critica avrebbe dovuto riconoscerlo prima, ma oggi abbiamo più che mai la certezza che Salgari lasciò un’immensa eredità letteraria nella quale continua a vivere nonostante le disgrazie e le fatiche che dovette sopportare in vita. Nato a Verona il 21 agosto 1862 in una modesta famiglia borghese, crebbe con il sogno di diventare capitano di marina e di viaggiare per il mondo. Non diventò mai un marinaio, ma in compenso la sua straordinaria abilità scrittoria, la puntualità delle sue descrizioni e la sua infinita immaginazione riuscirono a fare viaggiare con la mente generazioni e generazioni di lettori fino ai giorni nostri. Sicuramente, i personaggi che per primi spiccano pensando a Salgari sono Sandokan ne “Le Tigri di Mompracen” (pubblicato nel 1900 ma uscito a puntate su un giornale circa un ventennio prima) ed il Corsaro Nero, protagonista dell’omonimo romanzo (1898). E sarebbe riduttivo fermarsi qui, perché Salgari continuò a scrivere freneticamente per tutto l’arco della sua vita e a viaggiare con l’immaginazione per tutto il mondo e anche nel tempo, scrivendo qualche racconto storico come “Cartagine in Fiamme” (stampato in volume unico nel 1908) e una serie di novelle proto-fantascientifiche intitolate “Le Meraviglie del Duemila” (1907). Purtroppo, il talento letterario non gli riuscì sufficiente a garantire un’esistenza agiata a lui e alla sua famiglia e non riuscì nemmeno un’onorificenza conferita dalla regina d’Italia Margherita di Savoia. Consumato da centinaia di sigarette, bicchieri di marsala ed innumerevoli pressioni psicologiche – carichi di lavoro smisurati, debiti da pagare e l’infermità mentale della moglie Ida -, vedendo che nonostante la sua febbrile produzione letteraria non riusciva a risollevare la situazione, pian piano lo scrittore si vide vinto dal tedio esistenziale. Rifletteva così sulla sua condizione: — La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune delle notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere. — Nel 1909, consumato dalla fatica, tentò una prima volta di uccidersi gettandosi sopra una spada ma venne salvato dalla figlia. Il declino era però irreversibile ed infine lo scrittore decise di togliersi la vita il 25 aprile 1911. Anche il padre era morto suicida e la stessa sorte toccherà ad uno dei suoi figli nel 1962; come se non bastasse, anche al resto della sua famiglia toccherà una vita di disgrazie. I funerali avvennero nel Parco del Valentino a Torino,

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IL MONACO E LA BARCA VUOTA

Un monaco decide di meditare da solo. Lontano dal suo monastero, prende una barca e va in mezzo al lago, chiude gli occhi e inizia a meditare. Dopo alcune ore di silenzio imperturbabile, improvvisamente sente il colpo di un’altra barca che colpisce la sua. Con gli occhi ancora chiusi, sente crescere la sua rabbia e, quando li riapre, è pronto a gridare al barcaiolo che ha osato disturbare la sua meditazione. Ma quando ha aperto gli occhi, ha visto che era una barca vuota, non legata, che galleggiava in mezzo al lago. In quel momento, il monaco raggiunge l’autorealizzazione e capisce che la rabbia è dentro di lui; ha semplicemente bisogno di colpire un oggetto esterno per provocarlo. Dopodiché, ogni volta che incontra qualcuno che irrita o provoca la sua rabbia, si ricorda; l’altra persona è solo una barca vuota. La rabbia è dentro di me. (Thich Nhat Hanh)

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LA MANOVRA DI HEIMLICH

Henry Heimlich è stato un medico americano, famoso per aver inventato la “manovra” che salva le persone dal soffocamento. Una tecnica che si basa su una compressione dell’addome al fine di liberare le vie respiratorie da corpi estranei. Ma come è nato tutto? Heimlich nasce nel 1920 a Cincinnati, negli Stati Uniti. Studia medicina e diventa chirurgo. Negli anni Settanta, Henry ascolta il telegiornale. Una bambina di sei anni muore soffocata mentre sedeva a tavola con i genitori per un boccone andato di traverso. Henry è sconvolto. Inizia a preoccuparsi pensando che una cosa del genere potrebbe succedere a tutti, anche ai suoi figli.  Fa qualche ricerca e scopre che il soffocamento causato dal cibo o da corpi estranei (come ad esempio i giocattoli) era la sesta causa di morte accidentale negli Stati Uniti e che si contavano oltre 4.000 decessi all’anno, molti dei quali riguardavano bambini. Prima della manovra di Heimlich le norme di pronto soccorso, per salvare una persona dal soffocamento, prevedevano di dare dei colpi da dietro o di mettere un dito in gola alla vittima. Heimlich sostenne e dimostrò che in quel modo si rischiava di peggiorare le cose, spingendo ancora più in basso l’oggetto o il pezzo di cibo che impediva di respirare. Consapevole della riserva d’aria nei polmoni, il medico americano comprese che per sbloccare la trachea bastava comprimerli per far fuoriuscire l’aria verso l’alto, sfruttandone la forza per espellere il corpo estraneo.  Dopo essersi esercitato un’infinità di volte con un manichino di gomma, perfezionò e rese nota la sua efficace manovra anti soffocamento. Uno dei principali pregi di tale tecnica sta nella sua semplicità: essa è fatta per poter essere capita e utilizzata da tutti, non solo dal personale medico-sanitario. La scoperta fu pubblicata sulla rivista “The Journal of Emergency Medicine”. Successivamente la manovra fu ripresa e raccontata dalle principali testate giornalistiche americane e mondiali. Una settimana dopo averla resa nota, un uomo che era venuto a conoscenza del metodo lo utilizzò per salvare una persona. Fu solo il primo di una serie infinita di salvataggi. Si stima che solo negli Stati Uniti tale manovra abbia salvato più di 50.000 persone. Il dottor Heimlich divenne famoso anche perché veniva spesso chiamato dalle emittenti televisive per mostrare al pubblico come utilizzare correttamente tale manovra. Finché non capitò anche a lui di utilizzarla per la prima volta nella sua vita. È il 2016, Henry ha 96 anni, vive in una casa di riposo nella sua città natale, Cincinnati, in Ohio. È seduto a mensa, mangia e conversa con la sua compagna di carte, Patty Ris. D’improvviso Henry sente Patty soffocare. Gli anziani sono impietriti, nessuno sa cosa fare. Henry si alza di scatto, va verso di lei, la afferra da dietro, fa pressione sul diaframma, spingendo più e più volte. I secondi sembrano infinti. Poi finalmente la donna sputa il boccone di cibo. Tossisce, è sotto shock, ma è viva. Tutti applaudono. Henry è impietrito. Si guarda le mani, fissa la sua amica. Piange come

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I MONTI DI PIETÀ

I primi Monti di Pietà, poi chiamati Monti dei pegni, sorsero in epoca medievale per impulso dei francescani con lo scopo di combattere l’usura, pratica molto diffusa a quei tempi che raggiungeva dei tassi insostenibili. I francescani crearono tali istituti che raccoglievano denaro, frutto di donazioni pubbliche e private, con l’intento di creare un cumulo di risorse finanziarie (un monte appunto), da impiegare per aiutare tutte le persone che si trovassero in difficoltà economica. La denominazione Monte di Pietà infatti deriva dall’unione di due termini: Monte, che indicava nel linguaggio finanziario un istituto o luogo dove si raccoglieva il denaro, e Pietà, che si riferiva alla rappresentazione di Gesù Cristo dopo la crocifissione. Tale ultima immagine era impressa sulle insegne di questi istituti per rappresentare lo scopo caritatevole a cui tendevano. I Monti di Pietà nacquero, pertanto, con il preciso scopo di concedere prestiti con un basso tasso di interesse in cambio di un pegno. I cittadini che avevano bisogno di liquidità lasciavano in pegno degli oggetti che rimanevano in custodia nell’istituto per un anno, trascorso il quale il proprietario poteva riscattarlo (anche prima della scadenza) versando la somma pattuita, rientrando così in possesso del proprio oggetto. Nel caso in cui il bene non fosse stato riscattato, il Monte aveva il diritto di rivendere l’oggetto e se la vendita avesse fruttato un importo maggiore rispetto a quanto consegnato al proprietario, una percentuale sarebbe stata trattenuta dall’istituto, mentre la rimanenza sarebbe andata al proprietario. Il basso tasso di interesse richiesto dai Monti costituiva il punto di forza dell’istituzione perché era estremamente concorrenziale rispetto ai tassi imposti da tutti gli altri prestatori di denaro dell’epoca. 📷 Scroccaroma Una simpatica storia vede come protagonista l’orologio posto sulla facciata del Monte di Pietà di Roma (rappresentato in foto) . Si narra che l’orologiaio, non soddisfatto del compenso ricevuto, che sarebbe stato inferiore rispetto a quello pattuito per la costruzione dello stesso, per vendicarsi del torto subito sabotò i complicati congegni che azionavano le lancette in modo che indicassero sempre l’ora sbagliata. Come se non bastasse, appose in bella vista un’incisione sull’orologio stesso recante i seguenti versi: “Per non essere state a nostre patte, orologio del Monte sempre matte”. La scritta fu in seguito cancellata dalle Autorità, ma ancora oggi l’orologio non indica mai l’ora esatta e, se fate un salto al Monte di Pietà, potrete constatare anche voi di persona le “ore sempre matte” dell’orologio del Monte di Pietà.

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DIOGENE E ARISTIPPO

Una volta il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie. Per caso lo vide Aristippo, filosofo che passava la vita negli agi, trascorrendo i suoi giorni a corte e adulando il re. Disse Aristippo: – Caro Diogene, se tu imparassi ad essere ossequioso con il re, non saresti costretto a dover vivere mangiando robaccia come quelle lenticchie. Al che Diogene gli rispose: – E se tu avessi imparato a vivere mangiando lenticchie, ora non saresti costretto ad adulare il re.   ?   Diogene ?  Jean-Léon Gérôme     Diogene riteneva che gli esseri umani vivessero in modo artificiale e ipocrita e che dovessero essere più liberi. Secondo il filosofo un sapiente si deve abituare a mangiare di tutto e non si deve curare di dove dormirà. Dovrà vivere in modo naturale, senza preoccuparsi del futuro. L’ ideale per il saggio è l’autosufficienza, intesa come capacità di “bastare a sé stesso”, risentendo il meno possibile del bisogno delle cose e del mondo (autarchia).

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ALBERTO SORDI & CARLO VERDONE

«Nel 1984 mia madre stava molto male, Alberto lo sapeva. Mamma non capiva più niente ma una sera ebbe un attimo di lucidità e disse “mi piacerebbe tanto salutare Alberto Sordi”. Io avrei fatto di tutto per mia madre ma sapevo che lui avrebbe detto di no perché lei era molto impressionabile e pesava 39 kg. Glielo proposi lo stesso e lui mi disse di sì, che sarebbe venuto senza problemi. Alle 20.30 è arrivato a casa nostra, da solo, è entrato in camera da pranzo, si è chinato su mamma e io le ho detto “Mamma, è Alberto Sordi”. Lei con la mano tremante l’ha toccato, a lui sono venute le lacrime. L’ho ringraziato tanto. È stato un gesto straordinario, che tutti noi in famiglia non dimenticheremo mai. Con queste parole ho voluto ricordare l’umanità di questo grande attore, uomo e amico. È grazie a lui che sono diventato attore, sono stato molto fortunato ad averlo conosciuto.» Carlo Verdone

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ERRI DE LUCA E L’ ANZIANO MENDICANTE

«Lavoravo a Milano in un cantiere edile più di dieci anni fa e avevo la rara fortuna di abitare nei paraggi. A mezzogiorno andavo a piedi a casa a mangiare per poi tornare entro un’ora. Lungo la strada incontravo un mendicante, un uomo con i capelli bianchi, anziano ma non vecchio. La prima volta avevo in tasca mille lire, gli detti quelle. Mi precedevano di pochi passi dei ragazzi che al suo gesto di chiedere avevano risposto con una presa in giro. Gli vidi in faccia lo scatto muscolare di una pena, il rinculo di un colpo subito, per quello tirai fuori le mille lire. Così ogni giorno passavo nell’ora di intervallo e gli davo mille lire. Poi non lo vidi più, finché mi accorsi che si nascondeva al mio passaggio per non togliermi quei soldi. Fu così lui a farmi la carità più profonda di lasciarmi con mille lire in più, a fare un gesto segreto di affetto per l’operaio sgualcito di mezzogiorno. E questo non vuole dimostrare niente, solo dire che tra due esseri umani è infinito il grado di premure che possono offrirsi incontrandosi al pianoterra di un marciapiede.»    Erri De Luca    Pianoterra  

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L’ OSTRACISMO

L’ostracismo era una procedura molto in voga nell’antica Atene (poi imitata anche da altre città greche, tra le quali Siracusa, dove prese il nome di petalismo), consistente in una specie di elezione al contrario. Quando un ateniese si convinceva che un suo concittadino avrebbe potuto cagionare pericolo o nocumento alla pólis, non doveva fare altro che recarsi all’agorà e scrivere il nome del suo nemico su un’apposita pietra di ceramica (óstrakon). Non appena la persona presa di mira totalizzava 6.000 segnalazioni, aveva dieci giorni di tempo per salutare amici e parenti, dopo di che era costretta a prendere la via dell’esilio. La condanna all’esilio poteva durare dai cinque ai dieci anni, a seconda del numero di coloro che avevano firmato i frammenti di terracotta in questione (riportati in foto). Tale strumento veniva utilizzato per lo più pretestuosamente per eliminare dalla scena politica personaggi invisi alla maggioranza. Questa pratica era stata voluta da Clistene, il vero fondatore di Atene, come espediente contro il mito della personalità. Plutarco la definì “una moderata soddisfazione generata dall’invidia”. Se fosse in vigore oggi chissà quanti politici, personaggi celebri e comuni sarebbero costretti ad espatriare!  Fonti consultate: “Socrate di Luciano De Crescenzo, Treccani.it

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